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Infermiere di famiglia, una goccia precaria nell’oceano dell’assistenza sanitaria. Tutti contenti, noi no.

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Nel cosiddetto Decreto Rilancio, decreto legge n. 34 “Misure urgenti in materia di salute, sostegno al lavoro e all’economia, nonché di politiche sociali connesse all’emergenza epidemiologica da COVID-19” pubblicato in Gazzetta Ufficiale, è stato creato con legge di Stato l’Infermiere di famiglia. Figura importantissima e, permetteteci, necessaria da tempo.

Cosa dovrà fare questa nuova figura sanitaria? Niente meno ce lo dice il decreto medesimo all’articolo 1, comma 5: “Al fine di rafforzare i servizi infermieristici, con l’introduzione altresì dell’infermiere di famiglia o di comunità, per potenziare la presa in carico sul territorio dei soggetti infettati da SARS-CoV-2 identificati COVID-19, anche supportando le Unità speciali di continuità assistenziale (alle quali per lasciare liberi gli infermieri di svolgere il ruolo di infermieri di famiglia e comunità sono affiancati in misura numericamente minore gli assistenti sociali) e i servizi offerti dalle cure primarie, nonché di tutti i soggetti di cui al comma 4, le aziende e gli enti del Servizio sanitario nazionale, in deroga all’articolo 7 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, possono, in relazione ai modelli organizzativi regionali, utilizzare forme di lavoro autonomo, anche di collaborazione coordinata e continuativa, con decorrenza dal 15 maggio 2020 e fino al 31 dicembre 2020, con infermieri che non si trovino in costanza di rapporto di lavoro subordinato con strutture sanitarie e socio-sanitarie pubbliche e private accreditate, in numero non superiore a otto unità infermieristiche ogni 50.000 abitanti. Per le attività assistenziali svolte è riconosciuto agli infermieri un compenso lordo di 30 euro l’ora, inclusivo degli oneri riflessi, per un monte ore settimanale massimo di 35 ore. Per le medesime finalità, a decorrere dal 1° gennaio 2021, le aziende e gli enti del Servizio Sanitario Nazionale, possono procedere al reclutamento di infermieri in numero non superiore ad 8 unità ogni 50.000 abitanti, attraverso assunzioni a tempo indeterminato e comunque nei limiti di cui al comma 10”.

Letta così su due piedi la norma potrebbe indurre a gioire, nonostante lo stato in cui si trova il sistema sanitario nazionale di questo paese. Letta meglio, purtroppo, ci rivela una drammatica realtà, suddivisa in più rivoli di compressione dei diritti dei Lavoratori. Precarizzare il lavoro con rapporti autonomi (partite iva/co.co.co) adesso lo si inserisce direttamente nelle Leggi. Si precarizza la durata dell’impiego (sette mesi e mezzo), in più se ne rende aleatoria la forma contrattuale ricorrendo alle partite iva. Le partite iva non dovrebbero esistere in Sanità, essendo un bene pubblico da garantire e potenziare con assunzioni di Lavoratrici e Lavoratori non a scadenza.  Il vecchio adagio che non va più di moda sull’innalzamento dell’età media della popolazione italiana, sempre più bisognosa di cure e assistenza, potrebbe far sospettare che per assistere malati in aumento servirebbero Infermieri e altro personale sanitario, per osmosi logica, in aumento, guarda un po’.

Passiamo ai numeri di questa rivoluzione sanitaria prodotta dalle stanze confortevoli del dicastero competente. Non ci si azzardi a superare le otto unità ( 8 Infermieri) ogni 50000 (50mila) abitanti (persone/malati/anziani/bambini/disabili/ricchi/poveri/ecc ecc), altrimenti si rischia non si sa bene cosa.

Ebbene, in quanto positivi, vogliamo considerare il numero massimo di otto Infermieri dedicati alle famiglie italiane nel contesto extra ospedaliero diviso i 50mila di cui sopra. Calcolatrice alla mano il carico assistenziale di un singolo Infermiere sarebbe spalmato su 6250 persone (le stesse elencate prima). Rapporti che annullano ogni qualsivoglia recriminazione sindacale negli ospedali privati accreditati che lasciano 30 pazienti sulla schiena di due unità Infermieristiche, senza personale di supporto altrimenti sarebbe meno pesante e aumenterebbe la qualità dell’assistenza.

Saremo perdonati dell’amara ironia, comprensibile solo a chi lavora in una certa Sanità privata accreditata pagata con soldi pubblici, ma il rapporto monstre fa rabbrividire. A questo, non contenti della prima conditio, assistiamo anche ad altre di tenore simil liberista. Per poter accedere a questa imperdibile opportunità di lavoro è necessario non essere dipendente di strutture sanitarie e socio-sanitarie pubbliche e private accreditate. Semmai non si dovesse raggiungere la massa di Lavoratori richiesta per mezzo di oceaniche dimissioni volontarie dalle proprie strutture, attirati da questa nuova imperdibile proposta lavorativa, sarà necessario attingere al popolo delle partite iva, profetizzando sin d’ora l’intermediazione repentina di cooperative e agenzie lavoro. Pronte a fornire risorse e fare cassa sulla paga oraria di 30 euro, inclusiva degli oneri riflessi. Diciamo che nelle tasche dei fortunatissimi pionieri della nuova frontiera dell’assistenza arriveranno anche 10-11 euro l’ora. Tanto era dovuto avrebbe scritto qualcuno.

Qualcuno obietterà sicuramente che però dal 1 gennaio 2021 le aziende e enti del Servizio Sanitario Nazionale potranno assumere a tempo indeterminato, nei limiti del comma 10 che definisce le risorse economiche regionali. Appunto, potranno. Non dovranno. Tra il poter fare e il dover fare in questo paese dovrebbe ancora esistere una netta differenza. La stessa che consente di avere un rapporto di lavoro stabile da quello precario, sotto ricatto continuo e senza diritti. La stessa che permette a chi lavora di poter stipulare un mutuo d’acquisto di una casa. Notoriamente non concesso a chi ha scritto in busta paga la dicitura “tempo determinato”. Ma perché sottolineare certe cose se a fronte dell’opportunità concessa bisognerà prendersi carico di 6250 persone, quando un MMG ne ha al massimo 1500 ?

Come Sindacato ci tiriamo fuori dall’applauso generale a questa rivoluzione che, raccontata da altri ad occhi chiusi, si è voluta far passare come traguardo professionale elevato. Precarizzare per l’ennesima volta il mondo del lavoro nella Sanità italiana non appartiene alle riforme che apprezziamo e che possiamo accettare, per questo motivo vigileremo nel futuro sull’applicazione della norma e sulla figura dell’Infermiere di famiglia. Ad oggi  ancora non rilevato sul territorio nazionale.

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